Michel Platini – Il sarto di Jœuf

Per scrivere di Platini, fuoriclasse e personaggio con cui quasi chiunque abbia scritto, parlato o scherzato di calcio prima o poi si è confrontato, e cercare di non infilare una dietro l’altra una serie riguardevole di banalità, seppure per fortuna il soggetto ha mille sfaccettature che meritano di essere approfondite, bisognerebbe cercare di partire dalla domanda giusta. Michel Platini è stato un grandissimo calciatore ed è indubbio che il lascito maggiore lo abbia prodotto indossando le casacche dei galletti di Francia e della Juventus. Ed allora, appunto, bisognerebbe forse partire dalla domanda che i tifosi della Juventus si sono posti, e sentiti porre, il maggior numero di volte negli ultimi trent’anni: che cosa ci manca, che cosa vi manca, per vincere, o anche solo convincere, in una grande finale continentale?

Il Palmarès di Platini

Come abbiamo appena detto scrivere di Platini limitandosi a raccontare la sua biografia sarebbe probabilmente, a questo punto, approfittare della pazienza del lettore. Per questo motivo la parabola che cercherà di formare un ritratto del calciatore nativo di Jœuf proverà a delinearlo per mezzo dei vari aspetti che ne hanno attraversato la vita, pubblici e privati, calcistici e umani.

Il primo aspetto da trattare è quello che riguarda il motivo principale per cui ci troviamo qui, a prendere la sua biografia come elemento su cui riflettere, a cercare di raccontare e raccontarci cosa è stato e come lo è diventato Platini: e cioè un atleta che si è distinto come pochissimi ai massimi livelli di uno sport professionistico (probabilmente il più amato) e che nel fare ciò è emerso in qualità di  leader e di vincente. Il fatto che, diversamente da molti suoi colleghi, anche illustri, quando si parla del “sarto” di Jœuf questo elemento risulti abbastanza oggettivo sta a dimostrare che i successi che ha ottenuto sul rettangolo verde sono stati molti e lo collocano nell’elite assoluta dei calciatori di ogni epoca.

E allora scorriamoli i titoli vinti da Le Roi, come si scorrerebbe il rosario in una delle meravigliose cattedrali gotiche sparse per la Francia più austera: un campionato francese ed uno italiano, entrambe le coppe nazionali, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Uefa, una Coppa dei Campioni (quella maledetta dalla tragedia dell’Heysel, ci torneremo) ed una Coppa Intercontinentale. Con la nazionale l’Europeo di Francia 1984.

A livello individuale si possono contare: svariati titoli minori e nazionali oltre a 3 palloni d’oro consecutivi dal 1983 al 1985 (quando ancora il pallone d’oro poteva essere vinto solamente da giocatori europei), 3 titoli di capocannoniere della Serie A ed il titolo di capocannoniere e miglior giocatore nell’Europeo vinto e giocato in casa.

Il calciatore Platini

Avrei potuto giocare come Pirlo. Con il binocolo. Ma non concepivo una partita senza cercare il gol. A dieci anni avevo segnato ventiquattro gol nella stessa partita tra i due alberi di castagno della scuola. Era una vocazione, ero nato attaccante, diventai numero 10 per caso. Dovetti sostituire un numero 10 e così feci, diventando un 9 e mezzo.

Ecco Michel Platini, che parla di Michel Platini e lo paragona a Pirlo, calciatore che noi italiani, giovani e meno giovani, conosciamo bene.

 

 

Una delle reti più belle di sempre, in un contesto in cui deve essere quel tipo di qualità e di pulizia tecnica a fare la differenza, giustamente annullata per manifesta superiorità. Dopotutto, l’espressione che assume Platini dopo aver sentito il fischio dell’arbitro, un misto tra sarcasmo e senso di superiorità,  lascia intendere che lui abbia capito, non tanto l’intervento arbitrale, quanto quello della Divina Provvidenza.

Michel Platini, come accennato poco fa capocannoniere della serie A per tre stagioni consecutive, una Serie A, certo, con un più basso numero totale di goal, ma con quella qualità notevole nell’organizzazione difensiva che da sempre caratterizza il campionato dello stivale, in realtà, era un centrocampista. Proprio per questo, il paragone con Pirlo, che dal recente giorno del suo ritiro è già stato ampiamente abusato per tanti calciatori, nel caso del genio francese è particolarmente calzante.  Seppure l’abilità nel lanciare lungo di Pirlo rimarrà con ogni probabilità un unicum nella storia del gioco del pallone, le affinità tecniche tra i due sono molto importanti. Certo, sicuramente Platini possedeva una facilità superiore nel dribbling, e l’unione di questa caratteristica e del suo grande, grandissimo, istinto nell’inserirsi alle spalle degli attaccanti che aveva appena lanciato a rete lo ha reso un grande regista, ruolo per il quale possedeva anche il carisma spirituale, assolutamente letale in zona goal. Ecco, se per quanto riguarda la ricerca del compagno libero, dell’assist quando possibileed il fondamentale del calcio di punizione si può tranquillamente dire che il Maestro italiano si sia inserito perfettamente nel solco tracciato dal Maestro francese, dal punto di vista della personalità le cose sono leggermente diverse. Molto protettivo nei confronti della sua vita privata, impressiona tuttavia come al francese, non a caso soprannominato Le Roi, tutti i compagni di squadra, tanto nella Juventus, ma ancora di più in nazionale, riconoscano il ruolo, oltre che di leader tecnico, di leader morale e spirituale della squadra; fino a spingersi, in alcuni casi, alla definizione di capo. Ed è probabilmente questa personalità e competitività straripante, tipica dei grandi campioni che hanno segnato le loro epoche, che lo ha separato nettamente dalla stragrande maggioranza dei suoi colleghi, anche molto talentuosi, fino a ritagliargli il ruolo, alle volte necessariamente antipatico, di vincente, prima come calciatore e poi come uomo. Il primo francese capace di trascinare la sua nazionale sul tetto continentale, uno spartiacque, un precursore, di cui ancora oggi i figli della Marianne godono gli effetti a lungo termine.

L’uomo

Non si può non riconoscere che, nello sfogliare le pagine che descrivono la figura, quasi mitologica, di Platini, siamo andati in crescendo, almeno dal punto di vista della complessità. Se, infatti, contare i titoli ed i riconoscimenti che una persona ha accumulato lungo il percorso della sua carriera richiede “quasi” soltanto un piccolo sforzo di ragioneria; se, d’altra parte, il calciatore loreno, pur essendo la sintesi di migliaia di piccolissime sfaccettature e di atteggiamenti e di ore dedicate alla ricerca della perfezione, nella meravigliosa purezza del gesto tecnico, nella spietata tendenza all’essenzialità ed all’efficacia, contiene qualcosa di profondamente istintivo ed in grado di essere decifrato dal pubblico più attento; l’uomo risulta essere un enigma dalla soluzione impossibile, con quel gusto tanto arrogante, quanto tipicamente francese, per la comunicazione per sottrazione, quella che va a sfidare l’intelligenza dell’interlocutore e con quel sorriso appena accennato sembra dire: “dai, seguimi, te lo dico nella lingua che preferisci, con le parole che preferisci, ma è il concetto che devi raggiungere, se vuoi parlare con me, per sostenere questa conversazione, devi sostenere questo ragionamento”. Questo atteggiamento, questo stato d’animo costante, ricercatamente pacato, eppure tipico delle persone a cui basta un secondo per infiammarsi, è stato magistralmente descritto in un’opera monumentale da uno dei più grandi romanzieri che abbiano camminato su questo mondo, e che, guarda caso, è anche un connazionale del protagonista della nostra storia. Marie-Henri Beyle, in arte Stendhal, nel più celebre dei suoi romanzi, Il Rosso e il Nero, se non l’avete letto portatevelo sotto l’ombrellone, con il Mojito va giù che è una meraviglia, ha così colto l’essenza di uno dei suoi personaggi, che non ha chiamato Michel soltanto perché nato molto prima del 1984:

Nei caratteri arditi e fieri non c’è che un passo tra l’essere in collera con se stessi e l’ira contro gli altri: in tal caso gli scatti di furore costituiscono un vivo piacere.

 

 

In quest’intervista, rilasciata in occasione del suo addio al calcio, emerge un ulteriore aspetto dell’uomo e del calciatore loreno, l’ossessione per il miglioramento. I traguardi, soprattutto quelli personali, vanno perseguiti fintanto che è possibile raggiungere un miglioramento, quando la parabola inizia ad assumere un andamento discendente, quello è il momento per cambiare traiettoria. Anche questo è Michel Platini, e questo aspetto della sua personalità è stato assolutamente decisivo per farlo giungere al ritiro, che a molti sarà sembrato prematuro, all’età di 32 anni.

Heysel, il ricordo di Platini

La morte di uno spettatore francese, un mio tifoso venuto a vedermi, mi ha ossessionato. Lui era il riassunto di tutti gli altri morti. Lui era per me, prima dell’Heysel, un tifoso come tanti che avevo conosciuto, quelli che mi parlavano, che mi chiedevano gli autografi e posavano con me nelle fotografie, ma all’Heysel era diventato il volto del dramma. Il volto della mia colpa, anche […] Abbiamo incominciato a giocare, a livello emotivo, come se nulla fosse accaduto, senza un attimo di pausa, football immediato, duro, totale, esattamente quello choc tattico e mentale che ci si poteva aspettare fra due squadre pronte a darsele in una finale. Quasi automi alla ricerca di una normalità. Noi tutti eravamo calati in pieno rituale, più o meno meccanico, e nell’oblio di certe circostanze. E mi domando: è un oblio cosciente o incosciente? Ho voluto vendicare i tifosi della Juventus? Ho voluto, malgrado tutto, approfittare, un momento, un momento solo, di una schiarita nel cielo nero di Bruxelles? Esorcizzare il dramma, rubando un momento di non dramma? Dimostrare che il gioco è più forte della morte? Oppure ho soltanto voluto “qualcosa”? Che cosa, esattamente? Trent’anni dopo, non è ancora chiaro nel mio spirito ciò che è accaduto, forse non lo sarà mai, e trent’anni dopo vorrei dire che non lo rifarei. Non avrei dovuto attendere trent’anni, trenta minuti sarebbero stati sufficienti.

Questi sono solo alcuni estratti di alcune dichiarazioni, peraltro spesso contraddittorie, rilasciate da Platini a proposito della vicenda drammatica che lo ha, ovviamente, segnato e perseguitato per il resto dei suoi giorni. Riferendosi ad un momento come questo, che più volte ha agitato come spettro cui rifuggire per gli altri, e inconsciamente per sé, a maggior ragione in momenti in cui si sentiva caricato di questa responsabilità,  Platini ci lascia intravedere attraverso uno spiraglio sottile una parte della  personalità necessaria per essere un campione e competere ai livelli a cui ha potuto competere lui, e, al contempo, la pericolosità che l’agonismo, la tensione psicologica, la competitività, la pressione mediatica e popolare, gli enormi interessi economici rappresentano per gli uomini che se ne fanno carico.

Davanti ai fatti avvenuti il 29 maggio 1985 a Bruxelles è impossibile avere un’idea nitida ed esprimere giudizi senza incorrere in errori o torti all’una o all’altra parte. Quello che è sicuro è che hanno marchiato per sempre la vita e la psiche di coloro che vi hanno preso parte, e Platini, in quanto apice di una delle due formazioni poi scese in campo, non è stato esentato da quest’onere. Quello che è possibile avvertire dalle sue dichiarazioni, e da quelle di molti degli altri presenti in uno dei giorni più bui della storia del calcio, è la disgiunzione, spinta quasi al contrasto, tra l’uomo e l’agonista. La considerazione che sia automatico, come anche solo possibile, una volta scesi in campo, lasciar scorrere l’adrenalina e dimenticare tutto ciò che di razionale e relazionale è compreso nella vita, accompagnato alla constatazione che, in situazioni come questa, il black out può perseguitarti per la restante parte della vita. Peraltro questo legame tra sport e violenza, che trova il suo apice nell’assimilazione metaforica tra l’evento sportivo ed una guerra, ha avuto ed ha strascichi nelle vite di parecchi sportivi, i quali hanno avuto, durante e dopo la loro carriera agonistica, problemi a gestire la realtà ed i livelli di aggressività che in questa possono essere tollerati. A questo proposito diversi sono gli eventi riportabili, basti pensare al caso di Oscar Pistorius, piuttosto che al caso di O.J. Simpson, e molto significativi risultano anche i molteplici casi di violenza sessuale multipla presentatisi in Australia nell’ambito del Rugby professionistico.

In tutti questi casi la condanna deve essere tanto immediata quanto seguita da riflessioni serie e complesse che impediscano ad altra aggressività di essere sfogata gratuitamente,  e che  invece di portare a tentativi di soppressione, spesso inutili, del problema, possano provare a giungere a percorsi di sostegno psicologico per chi, al solo fine di intrattenerci, è spinto ai limiti dell’agonismo.

Closing time per Platini

E’, dunque, giunto il momento per tentare di dare una risposta alla domanda che ci siamo posti ed abbiamo posto ai nostri amici bianconeri all’inizio di questo racconto: cosa serve per vincere, o almeno convincere, in una grande finale continentale? La risposta che ci sembra di poter dare è che servono il carattere, la personalità e la qualità per sapersi esprimere al massimo in un contesto in cui il solo fatto di sapersi su quel palcoscenico rende difficile muovere un dito, in due parole, serve essere Michel Platini.

A ben vedere la dirigenza juventina, proprio con una mossa conclusa in questi ultimi  giorni, ha cercato di dimostrare coi fatti la volontà di muoversi esattamente in questa direzione.

D’altro canto, se invece siete solo francesi e volete provare ad andare oltre il continente, volete puntare, chessò, alla Coppa del Mondo, be’, allora non vi resta che aspettare e sperare che nasca un erede del dieci di Jœuf, magari di origine berbera, un uomo libero dallo sguardo di ghiaccio.

Il resto è storia di questi giorni.

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