Gli eroi di Birmingham: la favola dell’Aston Villa sul tetto d’Europa

Aston Villa
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Douglas Ellis lascia la presidenza dell’Aston Villa. D’ora in avanti il controllo del club sarà nelle mani di Frederick Rinder.”

Apriva così, una sera di giugno del 1979, il giornale radio di Birmingham. E questi due nomi farete bene a segnarveli perché torneranno in questa storia…

“È uno scherzo? È un fottuto scherzo? Lo hanno defenestrato perché il vecchio Doug non rassegnerebbe le dimissioni nemmeno se stesse facendosela addosso!”

Il tono rauco che pronunciava queste parole era di Ronald “Ron” Saunders, allenatore dei Villans.

Dall’altra parte del telefono c’era Dennis Mortimer, capitano della squadra: “Coach, lo ha mandato al diavolo più lei di chiunque altro…Quante volte ha minacciato di andarsene se fosse rimasto?”

“Sì ma ero ubriaco. Ora ci lascia col culo al vento a un mese e mezzo dall’inizio della stagione?”

“Beh, Mr. Rinder è in gamba. Siamo in buone mani.”

Mortimer non sbagliava ma lo capirete tra un po’.

Aston Villa si parte dal 1979-1980: una favola con un inizio avaro

Sebbene il campionato 1979-80 fu avaro di soddisfazioni, complice probabilmente quel cambio repentino di presidente con tempistiche ben lontane dalla tradizione inglese, le basi della grande squadra che vinse il titolo nel 1981 furono gettate.

La “League Division One”, come si chiamava allora, era composta da 22 squadre, il che significava un campionato di 42 giornate. Gli uomini di Saunders erano tra i favoriti ma si portarono a casa il titolo (l’ultimo della storia dell’Aston Villa) con soli 4 punti di vantaggio sull’Ipswich, complici le 8 sconfitte e le 40 reti subite che misero l’allenatore in discussione più d’una volta.

Che personaggio Ron Saunders; lo sguardo di pietra e l’espressione contrita che così tanto ricordano Clint Eastwood lo rendevano un sergente preciso e metodico. Ingurgitava una dose non quantificabile di caffè, rigorosamente in tazzoni di ceramica mentre leggeva tutti i giornali sportivi dell’Inghilterra sottolineando cosa secondo lui delle loro analisi non andava bene, ovverosia: tutto.

Era uno di quegli uomini cresciuti a pane, pioggia, vento e grinta. Come un soldato al fronte.

I suoi ragazzi, quelli dell’Aston Villa, lo adoravano perché sapeva coniare perfettamente il concetto di bastone e carota. I suoi litigi con Doug Ellis erano la normalità tra le mura del Villa Park.

Neanche la League Cup del 1977 servì a placare gli animi tempestosi nel rapporto tra l’allenatore ed il presidente, il quale, ad ogni sconfitta, gli rinfacciava di averlo scelto personalmente e che per causa sua stava rimettendoci la faccia davanti al Consiglio di Amministrazione e Saunders, puntualmente, minacciava di dimettersi salvo poi sfidare il suo presidente a cacciarlo se ne avesse avuto il fegato. Quel gioco al gatto e al topo era tuttavia destinato a finire nel dimenticatoio.

Quando nel 1979 Ellis venne letteralmente sfiduciato all’unanimità dalla dirigenza, dopo essere tornato alla guida del Club poco tempo prima (era stato presidente fino al 1975 per poi mollare e tornare in sella nel ’79, ndr), l’intero potere passò nelle mani del più stimato dirigente di quei Villans, Frederick Rinder, appunto.

Il fato vuole che proprio lì le cose cominciarono a decollare per tutti, tranne che per Ron Saunders.

Se da un lato quella mattinata, che portò al ribaltone societario, segnò l’inizio del miracolo sportivo dei Villans, essa coincise anche con il lento declino del “sergente di Birmingham”.

Aston Villa stagione 1981-82: buoni auspici

Eppure la stagione 1981-1982 cominciò sotto i migliori auspici:

È il 22 agosto 1981, il palcoscenico è il più bello del mondo, quello di Wembley. È’ il tipico pomeriggio “all’inglese”. Soleggiato ma coperto, a tratti uggioso e con le nuvole pronte a chiudersi per far sgorgare un leggero pianto di pioggia alla prima folata di vento. Sugli spalti 92,500 persone e di fronte l’Aston Villa campione d’Inghilterra ed il Tottenham di Keith Burkinshaw vincitore della F.A. Cup.

Ne uscirà un bellissimo 2-2 che assegnerà ad entrambe il trofeo poiché, a quel tempo, il pareggio consegnava la vittoria condivisa alle due squadre.

Tuttavia la Division One cominciò male con 2 sconfitte nelle prime due giornate. Alla prima l’Aston Villa cadde 1-0 in casa contro il Notts County ed alla seconda con un 2-1 a Sunderland. Da lì in poi però la squadra si riprese inanellando risultati positivi fino all’ennesimo crollo avvenuto tra inizio dicembre ed inizio febbraio. In quei due mesi furono ben sette le sconfitte che contribuirono ad allontanare la squadra non solo dalle primissime posizioni ma anche da quelle utili alla qualificazione in Europa così il 9 febbraio, tre giorni dopo la batosta per 1-4 contro il Manchester United all’Old Trafford, Ron Saunders fu sollevato dall’incarico.

La decisione fece esplodere di indignazione tutti e suonò come una scelta sciagurata da parte del presidente Rinder, accusato di non essere all’altezza del suo compito e di dover cedere la squadra come avrebbe dovuto fare a suo tempo Doug Ellis.

Anche allora, come oggi, quando ci si avvia alla fine della stagione, si tende ad assumere un traghettatore, un manager che riporti a riva la zattera dispersa in mezzo al mare prima di cominciare un nuovo percorso. Così la dirigenza optò per Tony Barton, all’anagrafe Anthony Edward Barton, ex assistente di Saunders.

Ex bandiera del Porstmouth, ancorché non un giocatore di classe cristallina, aveva cominciato il suo percorso da vice allenatore proprio due anni prima.

Tony Barton era a tutti gli effetti un inglese a 360 gradi: carnagione rossastra, capelli ambrati seppure decisamente più scuri della media rigorosamente lisci con la riga sul lato, a mo’ di Beatles e cravatte molto larghe che cambiava sempre ma mai durante le partite.

Venne catapultato alla guida della squadra campione d’Inghilterra dalla sera alla mattina e senza mai aver allenato prima. Saunders, a discapito del carattere arcigno e burbero, non si era mai fatto cacciare, o almeno, non negli ultimi due anni. Il che significava che Barton, spaesato come un agnellino in mezzo ai leoni, era davvero quasi abbandonato a sé stesso.

Eppure Barton era tutto fuorché un agnello sacrificale od uno sprovveduto: ha l’accortezza di non fare drastici cambiamenti nel modulo se non nel ridisegnare l’attacco variando il 4-4-1-1 di Saunders ad un più duttile 4-3-3 con Morley e Withe a sostegno di Gary Shaw ed abbassando Gordon Cowans (che per la sua carriera da assistente ed eterno traghettatore può essere considerato il Mauro Tassotti dei Villans) come centrale di centrocampo invece che da trequartista dietro la punta, disegnandogli addosso un ruolo “alla Pirlo”.

Da lì in poi l’Aston Villa perderà solo 5 partite in tre mesi (sei, se consideriamo l1-0 in F.A. Cup contro il Tottenham, avvenuto però quattro giorni dopo l’avvento di Barton, ndr) concludendo all’11° posto ma disputando una stagione perfetta nell’Europa “che conta”.

Già, l’Europa: l’Aston Villa, dopo aver eliminato ai sedicesimi di finale gli islandesi del Valur per un complessivo di 7-0, fanno fuori la Dinamo Berlino, la Dinamo Kiev e l’Anderlecht, queste ultime due, in quegli anni, erano vere e proprie corazzate.

Del tutto inaspettatamente i ragazzi di Barton, che in quei mesi aveva cominciato a perdere una certa quantità di capelli, si erano qualificati alla finale contro ogni pronostico. Dinnanzi, quella sera del 26 maggio 1982, c’era il Bayern Monaco.

A Rotterdam si respirava un’aria strana: nello spogliatoio Tony Barton stava in piedi vicino alla lavagna con le mani in tasca. Lo sguardo era fisso in terra mentre tutti, attorno, si radunavano. Gary Shaw sbatteva incessantemente gli scarpini sul pavimento provocando il rumore dei tacchetti come per caricarsi fino a quando Mortimer non gli rifilò una gomitata per invitarlo a tacere. Racconterà, tempo dopo, che voleva far rumore perché aveva paura che Barton gli dicesse di indossare la tuta e andare in panchina.

“Voglio che sappiate che se siete arrivati fin qui lo dovete a voi stessi. Di là c’è Karl-Heinz Rummenigge e poi hanno Breitner, Hoenes, Mathy… tutta gente con le palle. Ma tutti loro non hanno le palle di uno di voi. Ma non sempre questo basta. Se perdiamo non avremo fatto assolutamente nulla. Non voglio che pensiate troppo ma che lo facciate da squadra.”

Questo è ciò che Dennis Mortimer racconterà anni dopo.

La cornice di pubblico non era esattamente scenografica. Le tribune del Rotterdam Stadium avevano inaspettatamente lasciato più di qualche zona vuota, a discapito dei quasi 56.000 spettatori.

Al 10’ Jimmy Rimmer, portiere dell’Aston Villa, fu costretto ad uscire per un guaio muscolare e venne sostituito da Nigel Spink, al suo esordio da titolare dopo 3 anni. La partita scorreva lentamente, imbrigliata dalla tattica e dalla paura di scoprirsi ma col passare dei minuti la superiorità dei tedeschi crebbe a tal punto da procurare almeno quattro nitidissime occasioni che Spink respinse con vere e proprie prodezze, inchiodando il risultato sullo 0-0. Al 67’ la svolta: dopo una fitta trama di passaggi Morley, penetrato in area, consegna sui piedi di Withe un facile pallone che il centravanti inglese deposita in rete da pochi passi, dimostrando, ancora una volta, l’efficacia di quel 4-3-3 disegnato da Barton. Da lì in poi la difesa di ferro dei Villans resse, confermandosi come la migliore di tutta la competizione e contribuendo notevolmente ad una delle pagine più incredibili della storia della squadra di Birmingham.

 

La dimensione di quel successo fu tanto grande da paralizzare per giorni la città intera e concentrarla tutta fuori dal Villa Park al momento del ritorno della squadra e dei festeggiamenti. Non c’era una via, nel raggio di chilometri, che non pullulasse di gente in festa. Quando Tony Barton e Dennis Mortimer si affacciarono dalla balconata della tribuna centrale, la Holte End Stand, la folla gremita in visibilio abbracciava i propri eroi.

Tony Barton e Dennis Mortimer con la coppa fuori dalla Holte End Stand ed i tifosi dell’Aston Villa in delirio

Nessuno finirà mai di dimenticare e ringraziare quei ragazzi, guidati da un meraviglioso semplice uomo, quel Tony Barton scomparso prematuramente la notte tra il 19 ed il 20 agosto 1993 e a cui tutta Birmingham sarà sempre devota, ivi compreso il sottoscritto, innamorato di questi colori. Tornerà mai una grande favola dell’Aston Villa?

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