Liverpool campione d’Europa

ALFREDO FALCONE
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Il Liverpool è campione d’Europa: evviva il Liverpool! Al termine di una partita snervante i reds, per una volta poco inclini allo spettacolo, hanno avuto ragione del Tottenham e si sono issati per la sesta volta nella loro storia sul tetto d’Europa. 

Non è stata una bella partita.  Probabilmente i piani tattici delle squadre prevedevano altro ma in campo gli undici erano instoliditi dalla paura di perdere: i reds temevano la beffa atroce della seconda débâcle consecutiva, mentre gli spurs affogavano nel mare di insicurezze degli esordienti. Gli errori, anche di concetto – frutto del nervosismo – erano troppo marcati per non inficiare prepotentemente l’andazzo dell’incontro, pregiudicandone l’esito, con buona pace degli amanti del calcio britannico.

Il Tottenham è stato tradito da molti dei suoi alfieri. A cominciare da Pochettino che ha inserito in campo i convalescenti Winks e Kane, attualmente incapaci di un guizzo o di un’idea, infatti hanno finito per vagare smarriti sul rettangolo verde. Inoltre in nessun momento del match l’argentino è sembrato in grado di leggere efficacemente le difficoltà tattiche dei suoi per provare a porvi rimedio. Anche le stelle Alli ed Eriksen, mai così abuliche ed in stato confusionale, hanno mancato l’appuntamento con la storia. Lo stesso Lucas Moura, l’eroe della semifinale, nella mezz’ora di gioco a disposizione ha combinato pochino. 

Il Liverpool non ha combinato molto di più rispetto ai londinesi, ha avuto solamente più freddezza e lucidità e tanto è bastato.
Klopp si è tolto così di dosso l’etichetta di “perdente di successo” che qualcuno dimentico dei successi in patria del teutonico (due Bundesliga, una coppa ed una supercoppa nazionale) gli aveva cucito addosso. In quattro stagione nel Merseyside il tedesco ha giocato tre finali europee – sintomo di grande continuità –
vincendo solo l’ultima; ma questo successo potrebbe aver sbloccato psicologicamente i reds che ieri sera, in preda al panico da vittoria, nei minuti finali non riuscivano a mettere in fila due passaggi. “Vincere aiuta a vincere” si suol dire. Il materiale umano e sportivo al Liverpool non manca. A cominciare dal pacchetto arretrato sapientemente presieduto da van Dijk – senza mezzi termini: l’attuale miglior difensore al mondo – e da Alisson, ma un monumento ad Alexander-Arnold e a Robertson: raramente si è vista una coppia di terzini così completa e moderna. Anche la mediana scouser – orfana di Sané ieri sera e di Oxlade-Chamberlain e Lallana per tutta la stagione, verosimilmente i due britannici saranno i principali “nuovi acquisti” della prossima stagione – appare in grado di rivaleggiare ad altissimi livelli per anni grazie all’eclettismo conferitole dalla solidità di Fabinho e dal fosforo di Gini Wijnaldum e guai a scordarsi di Henderson e Milner, classici centrocampisti inglesi box-to-box: perfetta sintesi di ostinazione e corsa. Superficiale commentare il tridente d’attacco che a Madrid, pur non brillando come al solito, ha comunque fatto la sua parte; infine menzione speciale per Origi, sempre più destinato ad essere il rincalzo utile per i momenti di crisi, al Metropolitano il nigeriano lo ha dimostrato una volta in più. 

A tutto ciò Klopp ha aggiunto un’idea di calcio contemporanea, carica umana e molta ironia che non guasta mai. E forse non un caso che i suoi lo seguano fedelmente quasi in lui vedessero un guida tout court piuttosto che un semplice allenatore, chiare in questo senso le parole di capitan Henderson dopo la finalissima: «Senza di Klopp sarebbe stato impossibile. Ha creato uno spogliatoio speciale, tutto il merito è suo».

Il Liverpool è quindi all’inizio di un ciclo di successi? Tutto farebbe pensare di sì, sicuramente ha iniziato a vincere e si sa: chi comincia…

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