Non può essere sempre e solo colpa di Messi

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Martedì notte un favoloso Brasile ha eliminato l’Argentina in semifinale di Copa América, apprestandosi a disputare la finalissima contro il Perù. Paradossalmente la miglior versione dell’Albiceleste vista in Brasile ha perso. Molti i rimpianti per gli argentini: i due legni colti da Agüero e Messi, l’occasione dalla distanza di Paredes e quelle di Messi (mostruoso Alisson nell’intercettare la punizione del blaugrana all’incrocio dei pali). L’arbitraggio ha fatto infuriare la Federazione argentina ma, a ben guardare, non vi sono gli estremi per ricamarci sopra granché.

L’(ennesima) eliminazione della Selección però non ha stupito più di tanto. Spesso le scelte tattiche di Scaloni (undici iniziali, gestione dei cambi ed il collocamento fuori posizione di alcuni elementi come Lo Celso e Pereyra) hanno fatto discutere – in patria l’ex laziale è stato aspramente criticato – inoltre alcuni giocatori (Casco, Rodríguez, Saravia, Suárez) non si sono dimostrati all’altezza, mentre altri (Lo Celso e Tagliafico) hanno mancato l’appuntamento con la storia. La fragilità difensiva è stata una costante ed Agüero e Di Maria solo a tratti si sono sintonizzati con Messi che praticamente quasi mai è stato messo in condizione di rendere al meglio.

Già, Messi… Immancabile la fiumana di critiche verso Lionel, accusato ancora una volta da molti di non essere il leader che potrebbe e di cui l’Argentina avrebbe bisogno. Le classiche chiacchiere da bar, ancora una volta prive di ogni fondamento.

Sostenere che Leo quando indossa la camiseta albiceleste non rende come quando veste quella azulgrana è quantomeno miope. La Pulce infatti è il primatista argentino per numero di reti (68 in 135 presenze) ed ha condotto i suoi a quattro finali (Copa América 2007, 2015 e 2016; Campionati mondiali 2014); come dimenticare infine la sua mitologica prestazione dell’11 ottobre 2017 quando a Quito, a quasi tremila metri d’altezza, rifilò una tripletta in rimonta all’Ecuador permettendo alla disastrata Argentina di sampaolina memoria di qualificarsi al Mondiale di Russia?
Piuttosto bisognerebbe analizzare il contesto in cui il fuoriclasse del Barcellona viene inserito. Spesso infatti Lionel si trova a dover essere trascinatore di una squadra palesemente inferiore alle avversarie, proprio come è accaduto con il sontuoso Brasile. O come contro la Germania nella finale di Rio. Basta dare un’occhiata al pacchetto difensivo argentino (Romero, Zabaleta, Demichelis, Garay, Rojo) e confrontarlo con quello tedesco (Neur, Lahm, Boateng, Hummels, Höwedes). E mentre Löw a partita in corso inseriva Götze, Sabella gettava nella mischia Rodrigo Palacio. Certo, le due finali di Copa América perse ai rigori contro il Cile pesano ma prima di gettare la croce addosso a Messi bisognerebbe ricordarsi che nei due tornei il giocatore ha disputato 11 partite, condite da 6 reti e 7 assist, davvero si può criticarlo tenendo bene a mente che il materiale calcistico che lo circondava non era diverso da quello del 2014?

Attribuire a Messi una personalità fragile che gli impedisce di essere il leader della propria nazionale è una sciocchezza: un calciatore capace di quasi 700 reti è tutt’altro che fragile.  Forse prima di biasimare la Pulga e giudicare il suo rapporto con la nazionale bisognerebbe perlomeno riannodare il filo dei ricordi delle sue imprese e magari mettere in discussione la fondatezza delle critiche, pardon: chiacchiere da bar.

 

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