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Viene naturale chiedersi: ma con un centravanti, uno di quelli solitamente col 9 sulle spalle e che la porta la sente ancor prima di vederla, questa squadra sarebbe già da vertice? Probabilmente no.

Ma certo osservando l’Inter a Londra rubare la scena minuto dopo minuto al Tottenham, dopo un inizio da brividi, non fa che autorizzare fantasie d’ogni genere.

L’Inter sta sul pezzo, dà l’impressione di non poter deludere, almeno nei limiti delle proprie possibilità: la vedi in campo e sai che al di sotto del suo standard di rendimento non andrà. È il grande risultato già centrato da Antonio Conte, in meno di un mese. Non è poco, per una squadra abituata ad alti e bassi.

Qui la base è stata costruita in maniera diversa, fatta di certezze tattiche e caratteriali.

Riconoscibile già la mano di Conte

Questa è già una squadra di Conte, detta in soldoni: lo capisci da come viene fuori da un inizio che faceva temere batoste, in uno stadio che fa invece venir voglia di buttare giù tutti quelli italiani, dal primo all’ultimo, per quanto straripante è la sua bellezza. La riconosci chiarissima, l’Inter e la mano del suo allenatore, dall’azione del gol di Sensi: quante volte s’è vista quella giocata, alla Juventus, al Chelseaoin Nazionale? Palla dall’esterno sulla punta che accorcia e di prima manda in porta la mezzala che si è inserita alle spalle. Non è un caso che lo stesso tecnico abbia esultato di gusto, per quel gol: è come un programmatore informatico che vede funzionare sul computer il suo lavoro, semplice. Il computer dell’Inter è settato correttamente.

L’help desk va chiamato giusto per chiedere info sul mercato, non a caso lo stesso allenatore dopo la partita frena (ovviamente) su Esposito: «Se mantiene i piedi per terra, può diventare un giocatore importante per l’Inter. Resterà con noi, si alternerà tra prima squadra e Primavera. Ma adesso noi abbiamo bisogno di certezze».

Ovvero di attaccanti fatti e finiti: «Sicuramente in rosa ci sono delle lacune – ancora Conte -. Ma sono fiducioso che la società possa completare l’organico nel miglior modo possibile. Io da parte mia posso solo lavorare, lavorare, lavorare. Sono molto ma molto felice di lavorare con questi giocatori. Mi stanno dando grande disponibilità ed è veramente un piacere lavorare con loro. Se ci sarà sempre questo atteggiamento, potremo fare cose importanti».

E poi ecco l’affondo sul solito nome, quel Lukaku tornato nei radar nerazzurri: «Ho tanta esperienza di mercato. Su Romelu ci sono molti up and down. Prima sembrava tutto fatto con l’Inter, poi con la Juve, ora è uscito anche il nome del Napoli. La verità è che sta ancora lì (allo United, ndr). E fin quando non ci sono le firme, tutto è possibile. Di sicuro lui è un grande attaccante, che ho provato ad allenare anche in passato».

Resistere e costruire

Ecco, in mancanza del centravanti, i gol dell’Inter li costruisce nel vero senso della parola Conte. Di top player s’è parlato, nel giorno del suo annuncio. E l’insistenza con cui questa squadra prova ad assecondare le idee del suo tecnico è per certi versi sorprendente.

Il Tottenham di ieri è durato lo spazio di un quarto d’ora, l’avvio di partita travolgente, con un Lamela trequartista che filava via sempre alle spalle di Brozovic: l’Inter sbagliava la lettura, così è nato il gol di Lucas, complice pure un Handanovic mal piazzato e uno Skriniar morbido.

Ma poi la squadra ha preso via campo e coraggio. Ha concesso poco o nulla: l’unico altro tiro nello specchio degli Spurs, se non si conta il muro di Brozovic su Lamela nella ripresa, è arrivato nel finale, con un super Handanovic – stavolta sì – a vanificare il contropiede di Son, peraltro dopo un pallone regalato da Politano (e Conte su tutte le furie). Invece l’Inter ha colpito un palo con Brozovic, segnato, alzato il baricentro e aggredito l’aggredibile.

A costo di alzare anche il livello della battaglia: due ammoniti e diversi interventi al limite. Insomma, la voglia di resistere c’era tutta. Di costruire, pure.

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